SOTTOPOSTA A 3 TSO, ANCHE SE PER GLI SPECIALISTI INDIPENDENTI NON E' PAZZA
(Da Libero del 09/01/09, allegato) Eva Zafran ha 34 anni e quando scappa dal manicomio va ad abitare dalla madre in una casetta di proprietà a San Giuseppe della Chiusa, frazione di San Dorligo della Valle (Trieste). È un villino modesto, ma con un giardino molto curato nonostante sia inverno. Il piccolo salotto è occupato da un antico pianoforte verticale con i tasti d’avorio che però sono muti da un po’. Eva si è diplomata al liceo scientifico e ha studiato nove anni al conservatorio della sua città. Adorava comporre ed era un fenomeno nel combinare le linee melodiche e inventare opere musicali. Poi è miseramente impazzita. Ha cominciato a delirare e faceva lunghe prediche ai morti ogni volta che uno di loro le parlava, magari alzando la voce. Eva è una dissociata e i primi segni di questo stato ha cominciato a darli nel 1991, quando il Servizio dell’Età Educativa Sloveno ha tracciato la diagnosi incontrovertibile: «Psicosi schizofrenica caratterizzata da ideazioni deliranti a sfondo mistico, allucinazioni uditive e grave ritiro psico-sociale».
LA PERIZIA
Nella perizia pubblicata qui sopra lo psichiatra Daniele Ramacciotti di Padova scrive che la maestra in pensione sottoposta a tre ricoveri coatti e altrettanti Tso, è sana. «le sue capacità intellettive risultano appropriate e il pensiero privo di alterazioni nella forma e nel contenuto». Stessa cosa ribadisce il perito del Tribunale Anna Maria Monti: «Non si rilevano disturbi dell'ideazione, è esente da deliri e non manifesta intenzioni autolesive»). A questo punto ci si chiede: per quale ragione gli psichiatri di Trieste hanno ricoverato la donna in clinica psichiatrica per tre volte? E ancora: perché nel chiedere al sindaco di firmare i Tso affermano che la donna ha sviluppato una "follia a due" in coppia con la figlia schizofrenica?
Demonio e scuola
Come tutti gli schizofrenici, nel pieno della malattia e col montare delle crisi, si esprimeva in modo incomprensibile. Anche se riusciva a cantare perfettamente. Nelle sue “insalate di parole” la sedicenne infilava con ossesso i termini “classe”, “compagni”, “complotto”, “demonio”, “lavagna”, “cancellino”. Sua madre Darina Tercic all’inizio non capiva, nonostante avesse passato la vita a tu per tu con scolari e adolescenti, essendo stata lei insegnante per 35 anni a San Dorligo. Data la malattia e la conseguente fragilità, Eva era stata presa di mira dai coetanei, finendo nella trappola del “bullismo scolastico”. Era derisa, isolata e indifesa. Ovviamente il suo modo errato di cogliere la realtà l’aveva spinta a sospettare che tutti volessero ammazzarla. Un pensiero persecutorio martellante e pericoloso. Mamma Darina è una signora di 65 anni, minuta e dal fare delicato. Ha il volto segnato dal tempo, il parlare colto e il coraggio dei timidi. Da 18 anni chiede aiuto agli psichiatri del Dipartimento di salute mentale (Dsm) della zona e a quelli del Centro di salute mentale (Csm), ma come risposta ha ottenuto tre ricoveri coatti in clinica psichiatrica e altrettanti Trattamenti sanitari obbligatori (Tso). Tutto questo nonostante la folle sia la figlia e non lei, come dimostrato nelle relazioni compilate da due periti psichiatrici (dopo una denuncia presentata al magistrato) e comprovanti che la donna è sana di mente. Il suo calvario ha inizio una mattina di primavera quando Eva ha 17 anni e di colpo comincia a dare di matto: «Protestava perché a scuola quando suonava la campanella entrava il diavolo, travestito da cancellino si metteva a inseguirla per ucciderla». La donna disorientata e disperata si è rivolta al medico di base che le ha messo in mano una ricetta e prescritto serenase in compresse. Sotto l’effetto del farmaco la malata si era calmata, ma dopo qualche tempo Darina si accorse che la creatività della figlia si era spenta al punto di imbrigliarne anche l’espressività artistica. Non solo, racconta la maestra in pensione: «Anche se i deliri sembravano sopiti, comunque avevo difficoltà a comunicare verbalmente con lei, perché non si capiva una parola di quello che diceva». E aggiunge mentre sfoglia le decine di cartelle cliniche e le fotocopie degli ordini di ricovero coatto in clinica: «Dopo la morte di mio marito ero la sola persona che Eva accettava di guardare in faccia, ma solo per pochi istanti. Se vedeva qualunque altra persona scappava terrorizzata. Si chiudeva in camera e restava immobile nel letto; completamente irrigidita e nella posizione più scomoda. Magari con una gamba alzata. Passavano giorni e notti prima che si muovesse. Qualche volta, superata la crisi, andavamo a camminare nel bosco (a lei piaceva tanto), il guaio è che raccoglieva di tutto. Sassi e ferri vecchi, foglie secche e piccioni morti. Sempre con lo sguardo fisso a terra, le mani nelle tasche e le tasche piene di cose. "Servono per disintegrare il demonio e i suoi complici", diceva. Non sapevo cosa fare. Eravamo sole e senza assistenza. Leggevo tutto ciò che riguarda la malattia mentale. E la sola cosa a me chiara era che non dovevo fare l'errore di non accettare la follia di mia figlia.
VIAGGIO ALLUCINANTE
Cosi è cominciato il viaggio allucinante di Darina Tercic prima al Dipartimento e poi al Centro di salute mentale. Trieste è la patria indiscussa di Franco Basaglia: l'eroe debole della psichiatria diventato però un mito, l'uomo che con la legge 180 del 1978 portò alla definitiva chiusura dei manicomi. Basaglia fu anche il Grande Contestatore che contestando i luoghi della follia arrivò a contestare la follia stessa. Negandola e lasciando cosi i matti abbandonati a loro stessi.
VITTlME DELLA 180
“A Trieste ancora oggi chi osa ribellarsi a un basagliano o tenta di portare via un malato da uno dei loro manicomietti fatiscenti, per curarlo altrove, rischia di fare la fine di Darina Tercic: rinchiuso in clinica psichiatrica e sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio anche se sano”, protesta Lucio Dal Buono presidente dell'Associazione Vittime della 180. “Eva era una malata grave e bisognava aggredire la patologia agli esordi”, continua sua madre, “ma nel personale medico e paramedico dei vari Csm ho incontrato solo pressapochismo, insofferenza e prepotenza davanti alle mie insistenti richieste di cura. Lei aveva subito una degenerazione cerebrale: "Mia figlia ha qualcosa di rotto nella testa", ripetevo loro. Sapevo bene che se uno è matto rimane matto per sempre e c'è poco da guarire, ma la prima cosa a cui dovevo pensare era Difendere la mia bambina dalla pericolosità che i deliri procuravano a lei stessa e agli altri”. Darina, finite le lezioni e i consigli di classe, partecipava ai seminari e agli incontri culturali sulla malattia mentale organizzati dal Comprensorio sanitario di San Giovanni, voleva capire meglio e aiutare con maggiore saggezza la figlia. Faceva domande insistenti sull'argomento, ribadiva la necessità di ricoverare in clinica Eva, perché era diventata ingestibile. Rompeva le scatole la maestrina. E l'oratore s'infastidiva anche perché lei, se non veniva ascoltata, il giorno seguente cominciava a bussare a martello alle porte di tutta la sanità pubblica del Comprensorio, per avere un sostegno.
PUZZA E PROMISCUITÀ’
Ma non finisce qui: quando la figlia veniva finalmente rinchiusa, Darina si lamentava ancora. Non le andava bene che al Csm di Domio la ragazza vivesse in un ambiente nel quale, spiega lei: «Regnava la promiscuità, il gabinetto veniva usato indifferentemente da uomini di ogni età e ragazzine. Gli ambienti erano fatiscenti, irrespirabili per il fumo e la puzza di tabacco dappertutto». Non solo, aggiunge Darina: «Eva era regolarmente stordita dai farmaci e le rare volte in cui rinsaviva dava fuori di matto, allora le mettevano la camicia di forza oppure la legavano nel letto. Allucinazioni e i disturbi non facevano che aumentare. Era peggiorata drasticamente. A dicembre 200l rimase aletto un mese intero.
RICOVERO COATTO
Cosi il giorno 27 di quel mese andai di persona (e incavolatissima) dal responsabile del Csm. Lui mi diede appuntamento per 1'8 gennaio (dopo 13 giorni!) e siccome ho protestato mi ha spinta fuori dall'ufficio in malo modo. Piangendo pensai di rivolgermi al Tribunale del Malato. Non lo avessi mai fatto: i vertici del Csm lo vennero a sapere in tempo reale. Mi convocarono e una volta arrivata nel loro ufficio uno di loro mi trascinò per i capelli dentro uno sgabuzzino, e mi sottoposero al Trattamento sanitario obbligatorio per due settimane. Asserivano che ero affetta da sindrome paranoidea, avevo istinti suicidiari e non intendevo superare il legame simbiotico con mia figlia. Mentre spiegavo loro che uccidermi era l'ultimo dei miei pensieri, aggiunsero che io e Eva avevamo instaurato una follia a due»). Don Giorgio Giurissi, parroco del vicino Borgo San Sergio che conosce Darina e la sua famiglia da vent'anni, ha denunciato ilfatto ai carabinieri. Oggi è con lei a mostrarci le carte e racconta che «questa povera mamma è stata sottoposta dal 2001 a ben tre Tso. E ogni volta con tanto di firma del sindaco di turno che nel suo ruolo di ufficiale sanitario dovrebbe avere il compito di esaminare la richiesta. Invece il primo cittadino firmava alla cieca, senza nemmeno avere mai incontrato Darina. Lei oltretutto non ha mai avuto una cartella clinica».
I DUE AVVOCATI
E continua il prete: «La prima volta fu liberata dal reparto psichiatrico dove la tenevano sequestrata solo perché è riuscita a chiamare col cellulare la sua amica Gloria Bombonato. Lei ha avvertito il primario di una clinica privata di quanto stava accadendo a Darina. Furono così incaricati due avvocati e grazie al loro intervento il Csm fece revocare il tso dimettendo la donna». E Eva? Intanto la poveretta era stata rinchiusa nel Centro di Domio, poi in una comunità e quindi di nuovo rimandata a casa. Nel maggio 2006 ha avuto una grave ricaduta e non appena sua madre ha chiesto aiuto, come risposta è subito scattato il secondo tso. «Le hanno fatto ingoiare per due settimane il risperidal, una medicina per psicotici che su una persona sana provoca effetti collaterali negativi», aggiunge il presidente Dal Buono. Darina è stata rilasciata a seguito di una "sollevazione popolare" organizzata da amici, conoscenti e dalle tante madri che ai tempi dell'insegnamento le avevano affidato l'educazione dei loro figli. Una volta dimessa, la signora ha domandato di "riavere" la figlia. Dice Darina: «Era mia intenzione portarla in Slovenia, me lo aveva suggerito lo psichiatra di un ospedale privato che avevo contattato». Evidentemente, sottolinea Dal Buono, ,”la cosa ha offeso i medici di Trieste che si considerano i migliori del mondo, tant'è che il 25 luglio 2007 la donna fu prelevata da casa da 12 fra assistenti sociali, infermieri e vigilanti. Qnindi di nuovo rinchiusa e sottoposta al tso numero tre. Il più potente di tutti: è durato 40 giomi, sempre a base di risperidal e altri psicofarmaci. Eva intanto era stata ricoverata in un appartamento con altre cinque persone: alcolizzati, drogati, malati come lei. Ha perso 30 chili e soprattutto le impediscono di vedere la madre».
LIBERATE MIA FIGLIA
Adesso la malata è rinchiusa in un appartamento del centro di Trieste. Darina non può andare a farle visita e non si capisce la ragione di questo divieto, dato che Eva non è interdetta né ha commesso reato. Con il presidente Lucio Dal Buono abbiamo provato a presentarci alla porta di questo appartamentino dal quale usciva la musica altissima, ma la volontaria che fa da guardiana alla malata ha l'ordine tassativo di non mostrarla a nessuno. Ci ha impedito di superare l'ingresso. Così non è stato possibile consegnare a Eva la collana di perle di fiume che sua madre aveva infilato per lei. Piange adesso Darina: «Devo aspettare che scappi per l'ennesima volta? Fugge e si rifugia nel bosco fino alle dieci di sera. A quell'ora smettono di darle la caccia, allora lei si fa vedere e c'è sempre qualche buona anima che l'accompagna a casa. Ma alle sei del mattino sparisce di nuovo, per paura che la vengano a prendere. Si può andare avanti in questo modo? lo voglio solo strapparla dalle grinfie di questi psichiatri triestini che giudico assolutamente incapaci e farla curare altrove. Prima che muoia». CRISTIANA LODI Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
LE PERIZIE A CONFRONTO
Darina Tercic al terzo ricovero coatto e dopo 40 giorni in Tso, si è sottoposta a due perizie psichiatriche. Entrambe asseriscono la sua assoluta normalità. Anche la Procura della Repubblica di Trieste, su richiesta de sostituto Maddalena Chergia, ha dato incarico a Giovanni Ciraso (dottore in criminologia) di periziare la donna. Il medico del Tribunale, spiega il presidente dell'Associazione Vittime della 180 Lucio Dal Buono, <<asserisce che non c'è un vero e proprio disturbo psicopatologico e accennando alle cartelle cliniche redatte dai medici che hanno sottoposto la donna ai Tso, afferma che lei ha presentato scompensi psicotici. Questo però stando agli psichiatri stessi che l'hanno sottoposta alle cure forzate». Se Darina oggi è sana, come provano le perizie, anche in passato doveva esserlo.«Dalla malattia mentale infatti non si guarisce», sottolinea il presidente. Leggiamo dunque stralci delle relazioni del dottor Daniele Ramacciotti, psichiatra di Padova e della collega Anna Maria Monti, perito del Tribunale di Busto Arsizio (Varese). La prima relazione (datata 23 marzo 2007), conclude che la perizianda è del tutto sana. Scrive infatti Ramacciotti: <<La signora è curata nella persona … l'abbigliamento modesto è comunque ordinato …. Accessibile, disponibile, sintonica e adeguata alla situazione. È’ lucida e orientata nello spazio; verso cose e persone. Non risultano compromesse memoria né attenzione (...). Capacità intellettive appropriate, pensiero ben strutturato e privo di alterazioni. L'umore, concordante ai vissuti affettivi, presenta una componente ansiosa>. Chi non lo sarebbe dopo avere subito da sano tre ricoveri coatti? A ribadire l'integrità mentale della mamma Eva, è la relazione di Monti (4 luglio 2008). Si legge: «Lamenta di essere oggetto da molto tempo di soprusi da arte di medici del Csm della sua zona. Manifesta corretto orientamento spazio-temporale sul sé. L'eloquio è scorrevole, i contenuti del pensiero Sono polarizzati sulla impossibilità di gestire la figlia di cui accetta la malattia mentale (...) l'umore è deflesso, l'emotività controllata. Non si rilevano disturbi dell'ideazione. È’ esente da deliri e non manifesta intenzioni autolesive. Lucida, ben orientata, attenta, non presenta alterazioni del pensiero e risponde in modo appropriato alle domande





