( Da "Le Point")

La revisione in atto della salute mentale, all´interno della legislazione sulla surté sociale, ha risvegliato differenti reazioni. Una presa di posizione contro gli eccessi della cultura della valutazione da parte della psicoanalisi lacaniana; da parte della lobby degli psicologi universitari, invece, una violenta campagna pubblicitaria per le TCC. Quest´ultima non applica però la norma di non attaccare il concorrente.

Si dovrà scegliere: o la critica culturale e scientifica, o la pubblicità. Noi siamo per la separazione dei due generi.

(C.V.)

 

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Medicina psicosomatica. Aree attivate e spente. Sul lettinomodificazioni biologiche simili a quelle dei farmaci. La risonanzamagnetica riabilita gli eredi di Freud: “Una svolta che cambierà ilmodo di concepire lamalattia”.

C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte - l’area pre-frontale laterale destra - si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore. Il cervello è cambiato: la struttura neuronale si è modificata e tutto senza utilizzare

alcun farmaco. Soltanto con la psicoterapia.

La risonanza magnetica funzionale può dare la misura di una delle «rivoluzioni»che verranno presentate a Torino da oggi a sabato nella 4 giorni del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica.

La terapia della psiche è in grado di far cambiare forma e anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sui circuiti neurobiologici. «Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma», spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i disturbi del comportamento alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ospita il congresso...(per leggere l'articolo completo fai il downlod dell'attachment - La Stampa del 23.09.2009).

La Stampa 23.09.2009.pdf

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Slavoj Zizek Il vorticoso e bulimico filosofo sloveno adatta il ruolo dell’intellettuale alle regole del marketing.

[...] Zizek deve aver notato che un lacanismo rivisitato e applicato ai più diversi contenuti (cinema, televisione, letteratura di consumo, politica) è come i vampiri, le Cronache di Narnia, Sophie Kinsella e i cartoni tridimensionali, ossia: un filone d'oro. Si è accortoanche di unaquestione di cui si va parlando da tempo: la scomparsa dell'intellettuale pubblico. Ecco dunque la ricetta Slavoj: 1. Prendete Lacan, ma fatelo parlare con voce anglosassone, ossia: arricchitelo di esempi ed esperimenti mentali, e lavoratelo a lungo con un linguaggio gentile ed entertaining; 2. Occupate il posto lasciato vuoto dall'intellettuale europeo scomparso, ma interpretatelo in termini allineati alle regole del marketingeditoriale. Tutto questo è tutto il male che si può dire di Zizek. Ma in fondo non è molto male. ...

( per leggere l'articolo completo fai il download del file allegato - Tuttolibri SABATO 19 SETTEMBRE 2009 LA STAMPA)

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(Da “La repubblica” 8-2-2010)

La fiction sull'uomo che provò a chiudere i manicomi è una bella “rivoluzione"

UMBERTO GALIMBERTI

COME faccio a sapere che malattia ha una persona legata in un letto di contenzione da 15 anni? Come faccio a sapere di che cosa soffre un individuo a cui sono I stati tolti, oltre ai suoi abiti, tutti gli oggetti personali, in cui poter rintracciare una pallida memoria di sé?

E che dire di quanti, in occasione di una crisi, venivano immersi in un bagno d'acqua gelata, o sottoposti a elettroshock? Erano queste alcune domande che Franco Basaglia si era posto quando, escluso dalla carriera universitaria per le sue idee non proprio in linea con la psichiatria vigente, giunse a Gorizia a dirigere il manicomio di quella città.

Marco Turco, regista della fiction televisiva, la cui prima puntata è andata in onda su Rai Uno ieri sera, descrive con precisione, efficacia e commozione le pratiche di punizione, di controllo e persino di tortura che si praticavano nei manicomi in nome della scienza psichiatrica, ma soprattutto coglie e mette bene in evidenza che la chiusura dei manicomi era, negli intenti dello psichiatra veneziano, solo un

Precisione efficacia e comunicazione nella descrizione delle pratiche terribili primo passo verso una rivisitazione dei rapporti sociali a partire dalla "clinica", la quale, per tranquillizzare la società, non aveva trovato di meglio che incaricare la psichiatria a fornire le giustificazioni scientifiche che rendessero ovvia e da tutti condivisa la reclusione dei folli entro mura ben cintate.

 Entro queste mura Basaglia, prima della follia, incontrò la miseria, l'indigeza, il degrado, l'emarginazione, l'abbandono, la spersonalizzazione, a cui la follia non di rado si imparenta. Infatti la follia dei ricchi non si esprime con la "segregazione", ma tutt'al più con l’interdizione", qualora intacchi gli interessi patrimoniali. E allora non è che per controllare e contenere questa miseria non s'è trovato modo migliore che renderla muta come "miseria" e farla parlare solo come "malattia"?'

Questo tema è messo bene in evidenza dallo sceneggiato televisivo che ha colto perfettamente l'intenzione di Basaglia secondo il quale: se la clinica ha messo il suo sapere al servizio di una società che non vuole occuparsi dei suoi disagi, non è il caso di tentare all'operazione opposta, o l’accettazione da parte della società di quella figura, da sempre inquietante, che è la follia, dal momento che, scrive Basaglia: "La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la ‘follia’ in ‘malattia' allo scopo di eliminarla. II manicomio ha qui la sua ragion d'essere che è poi quella di far diventare razionale l'irrazionale. Quando qualcuno è ‘folle’ ed entra in manicomio smette di essere ‘folle’ per trasformarsi in 'malato'. Diventa razionale in quanto malato".

L'arte di accreditarsi come scienza sul modello della medicina ha fatto si che la psichiatria trascurasse senza curarsene, la "soggettività" dei folli, i quali furono tutti "oggettivati" di fronte a quell'unica soggettività salvaguardata che è quella del medico. Ma è davvero credibile che, negando istituzionalmente la soggettività del folle, sia possibile guarirlo, cioè restaurarlo nella sua soggettività?

Di qui l'invito agli operatori sanitari di togliersi i camici, simboli del potere medico che non può operare, dice lo sceneggiato, se prima non si smonta il lager. "Ma i pazienti sono muti" obiettano gli infermieri. E allora, risponde Basaglia: "Avresti voglia di parlare quando nessuno ti ascolta?". E ancora: "Le anime di questi pazienti non sono 'vuote', come voi dite, ma semplicemente 'svuotate', in questo carcere di cui voi siete 'buoni' carcerieri, ma sempre carcerieri". E poi, perché non restituite ai ricoverati gli abiti e i loro effetti personali. "Se a voi, medici e infermieri, togliessero tutte le cose più care che avete in casa, che cosa resta di voi?"

Accettando la condizione di parità tra medico e paziente Basaglia scopre che, restituendo al folle la sua soggettività, questi diventa un uomo con cui si può entrare in relazione. Scopre che il folle ha bisogno, non solo delle cure per la malattia, ma anche di un rapporto umano con chi lo cura, di risposte reali per il suo essere, di denaro, di una famiglia e di tutto ciò di cui anche il medico che lo cura ha bisogno. Insomma, dice Basaglia: "ll malato non è solamente un malato, ma un uomo con tutte le sue necessità".

L'utopia di Basaglia di fare della clinica un laboratorio per rendere "umane" e non" oggettivanti" le relazioni tra gli uomini, attraverso la creazione di servizi di salute mentale diffusi sul territorio, residenze comunitarie, gruppi di convivenza, con la partecipazione di maestri, educatori, accompagnatori, attori motivati, oggi sembra in procinto di naufragare e fallire. Anche se l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 2003 ha definito la legge Basaglia che ha chiuso i manicomi come "uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale", ci informa che un giovane su cinque in Occidente soffre di disturbi mentali, che nel 2020 i disturbi neuropsichiatrici cresceranno in una misura superiore al 50 per cento, divenendo una delle cinque principali cause di malattia, di disabilità e di morte. Che facciamo? Mettiamo tutti in manicomio o facciamo recuperare loro quel rapporto col mondo che il manicomio preclude definitivamente e i servizi di salute mentale, così come sono oggi, non garantiscono, per incuria, trascuratezza, indifferenza, per la paura

Il medico si batté contro la miseria e il degrado a cui la follia non di rado si imparenta che la società ha della diversità che ospita nelle figure degli immigrati, dei tossici, dei senzatetto, degli emarginati? . 

Questo Basaglia lo tèmeva e perciò, un anno prima di morire scrisse: "Magari i manicomi torneranno a essere chiusi   chiusi di prima, io non lo so; ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo 'vincere', perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo 'convincere'. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, cioè determiniamo una situazione da cui sarà più difficile tornare indietro". E il contributo dello sceneggiato televisivo, bellissimo nel suo ritmo, nelle sue cadenze e nella sua documentazione, va nella direzione di convincerci a non tornare indietro.

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Repubblica 22.2.12

di Luciana Sica

Per la prima volta insieme. Allo scoperto. Escono dalle loro "stanze", non incassano come sempre, fanno sentire la loro voce. A dispetto di una storia infinita di litigi, scissioni, scontri, diffidenze, sospetti, accuse che da sempre attraversano (e indeboliscono) la psicoanalisi, di fronte a un paio di articoli giornalistici considerati 

l´ennesimo attacco alla loro disciplina, quattro analisti delle scuole più importanti sottoscrivono un documento, che noi qui pubblichiamo.

Il primo firmatario è Stefano Bolognini, al timone della Società psicoanalitica e ormai soprattutto primo presidente italiano dell´International Psychoanalytical Association (l´Ipa, fondata da Freud nel 1910, dodicimila iscritti in tutto il mondo). Notissima firma al femminile del mondo freudiano è Simona Argentieri, didatta 

dell´Associazione italiana di psicoanalisi. Antonio Di Ciaccia, allievo diretto di Lacan, è da noi l´autorevole curatore dell´opera del maestro francese. E Luigi Zoja, personaggio di segno cosmopolita dello junghismo, è autore di saggi coltissimi tradotti in una decina di idiomi.

Quattro nomi più che rappresentativi. Dietro di loro c´è una moltitudine di colleghi "indignati" per le accuse rivolte a un sistema di pensiero che - da Freud a oggi - si è evoluto in modo impressionante, e come metodo di cura e strumento di comprensione della realtà ha influenzato la cultura in ogni sua espressione. Ma quello che più sorprende è che gli analisti si decidano a una protesta così inconsueta e vistosa.

Perché solo ora? Da Popper a Grünbaum, da Nagel al Libro nero, fino al più recente pamphlet di Michel Onfray, la psicoanalisi è silenziosamente sopravvissuta a guerre "ideologiche" come a requisitorie serie e molto ben argomentate, alla moda diffusa d´intonare cori funebri come alla mania dei gossip sulla vita personale dei suoi fondatori. Soprattutto l´ondata trionfalistica del cognitivismo sembrava annunciarne la definitiva liquidazione, ma così non è stato, e anzi la psicoanalisi si è presa le sue rivincite culturali, grazie a studiosi geniali come i Nobel Edelman e Kandel, al dialogo con le neuroscienze, alla forza intellettuale e anche mediatica di "philostar" influenti come Slavoj Zizek. Inoltre è la psicoanalisi italiana che ha acquistato più prestigio, e non solo per il ruolo internazionale di Bolognini. Vorrà pur dire qualcosa se il Censis di De Rita ha bisogno di ricorrere alle metafore psicoanalitiche di Massimo Recalcati per "leggere" in profondità i mutamenti sociali.

Il resto è cronaca di questi giorni. Gli analisti non si sono entusiasmati alla lettura di un articolo uscito sul supplemento "Salute" del nostro giornale. E poi sono rimasti sconcertati dalla prosa di Gilberto Corbellini, su un recente domenicale del Sole 24 Ore. Lo storico della medicina, coautore dell´ultimo libro di Jervis, decisamente non gradisce la «perniciosa influenza, culturale e politica, della psicoanalisi. In modo particolare, degli esponenti di una delle sette psicoanalitiche più insidiose, cioè il lacanismo». Di qui la piccola significativa bagarre.

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Repubblica 22.2.12

Ecco Il manifesto che mette insieme scuole diverse

Stefano Bolognini, Simona Argentieri, Antonio Di Ciaccia, Luigi Zoja

Alcuni recenti articoli giornalistici hanno ravvivato il dibattito sulla psicoanalisi mettendone in discussione lo statuto scientifico, l´utilità clinica e la legittimità sociale come metodo di assistenza e di cura nelle patologie gravi. Da molti decenni la psicoanalisi è descritta dai suoi detrattori come inattendibile, dannosa, parassitaria, epistemologicamente infondata, in procinto di scomparire... Piaccia o no, le cose non stanno affatto così. E seppure certe critiche non rappresentano una gran novità, questa volta vorremmo puntualizzare alcuni aspetti utili a un´informazione più corretta. E vorremmo farlo insieme, superando per una volta le divisioni e le differenze che appartengono alla storia del movimento psicoanalitico.

Intanto oggi la scienza è polifonica, critica e non conchiusa. Fa riferimento alla complessità, alla discontinuità, alle leggi del caos, alla casualità. Restringere lo studio della mente umana alle sole discipline psichiatriche e neuropsicologiche - che, sia chiaro, sono di enorme interesse anche per gli psicoanalisti - sarebbe riduttivo e arbitrario. La psicoanalisi è una scienza a statuto speciale che esplora non solo la dimensione inconscia (suo specifico storico e sostanziale), ma anche le relazioni della coscienza con l´inconscio, le interrelazioni profonde tra i vari livelli interni dell´individuo e dei diversi individui nella coppia, nel gruppo, nella comunità. Con la sua straordinaria evoluzione teorico-clinica, si è ramificata in varie scuole che hanno contribuito a descrivere e trattare aree sempre più specifiche del disagio mentale.

L´esperienza dell´analisi, ad ore e giorni convenuti (il setting), nei tre continenti storici (Europa, Nord America e America latina) e recentemente anche in Medio Oriente e in Asia (soprattutto in Cina), si basa comunque su una ricerca metodica e impegnativa del contatto con sé e il proprio inconscio. E ormai sappiamo bene che il recupero di una vivibile soggettività individuale - in molti casi di nevrosi, patologie narcisistiche, sindromi borderline, psicosi - è reso possibile da una relazione complessa e continuativa tra due persone, da un "lavorare insieme" su angosce, bisogni, dolori, desideri non riconosciuti. Certamente le patologie psichiatriche gravi, come alcune sindromi autistiche, richiedono adattamenti di tecnica specifici e mirati, e molto spesso la terapia che ne risulta non è affatto un trattamento psicoanalitico. Il nostro contributo riguarda di solito la gestione complessiva di casi in cui il paziente, la famiglia e gli stessi operatori della salute necessitano di un supporto che renda la loro dolorosa vicenda umana più comunicabile.

Oggi la psicoanalisi non è alla vigilia della sua scomparsa, ma è anzi decisamente viva. La sua sfida attuale è quella di contrastare nuove forme di attacco alla capacità di pensare e alla relazione tra le persone, che caratterizzano la nostra epoca. Gli esseri umani sono invitati in vari modi, impliciti ed espliciti, ad evitare il contatto con se stessi, a coltivare illusioni di onnipotenza e di totale autodeterminazione, ad identificarsi attraverso i media con idoli o gruppi idealizzati, a ritirarsi nell´uso della tecnologia virtuale, a privilegiare le difese maniacali considerando l´euforia e il piacere le uniche condizioni degne e normali della vita.

Configurare una funzione sociale della psicoanalisi potrebbe risultare velleitario, di fronte a fenomeni di questa portata. Ma la voce degli psicoanalisti ha un suo effetto nel tempo medio-lungo e produce cambiamenti profondi nella cultura: è accaduto in passato, potrebbe accadere ancora nel futuro. Quello che oggi va difeso, come assolutamente centrale, è il "fattore umano" e - anche nelle patologie più gravi - ogni residuo frammento di speranza.

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Mentre il delirio nazista spinge alla seconda guerra mondiale Jacques Lacan scrive un testo titolato I Complessi familiari nella formazione dell'individuo. La sua tesi è che l'appello delle masse al capo folle e dispotico è un modo patologico per compensare la crisi sociale derivata dall'eclissi della figura paterna, che già nel 1938 gli appare debole e dotata di una personalità sempre più assente e umiliata. E con straordinario chiaroveggenza clinica anticipa il legame tra questa carenza e fenomeni psicosomatici, anoressie mentali, tossicomanie, irriducibili ai sintomi già descritti da Freud.

Per leggere l'articolo pubblicato sul Manifesto del 19.04.05 fare il download dell'allegato

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Incontro con François Ansermet, psicoanalista e psichiatra dell'età evolutiva. Non si può incontrare la sofferenza - dice - sulla base d un pret à porter terapeutico, che esclude l'individualità e l'inatteso in ciascuno di noi. Fare fronte con un farmaco al dolore dei bambini è un modo per evitare di ascoltarli e sbarazzarsi di loro.

Per leggere l'articolo pubblicato sul Manifesto del 28.04.05 clicca qui

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Sono Peppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste e scrivo in merito alle due pagine uscite su “Libero” di oggi, 9 gennaio, a firma di Cristiana Lodi, “Vittime della Legge Basaglia. Psichiatri da legare”.

Ho l’obbligo di segnalare ai lettori di questo giornale che quanto riportato su dette pagine oltre a denigrare palesemente il servizio pubblico che dirigo, gli operatori che vi lavorano e la stessa città di Trieste con accuse infondate e menzognere, dipinge un quadro che in alcun mondo non corrisponde alla realtà dei fatti. Fatti che conosco molto bene, così come conosco il modo di lavorare del nostro Dipartimento e i principi professionali, etici e umani su cui esso si fonda. Parlare oggi a Trieste (e per fortuna in moltissime altre parti d’Italia) di abbandono delle persone e delle loro famiglie, di porte sbarrate, di contenzione, di camice di forza, di violenza psicologica e fisica,  in altre parole di persistenza del manicomio e delle sue pratiche disumane, è dichiarare il falso. Ed è tanto più grave se si usano, strumentalizzano le testimonianze di persone che vivono sofferenze talmente profonde e acute da renderle oltremodo vulnerabili, oggetto di fin troppo facili e meschine manipolazioni che mirano in realtà a colpire altrove. Non a caso chi firma il commento a margine dell’articolo, lo psicologo Luigi De Marchi, è coautore di una delle tante proposte di abrogazione della Legge 180. Legge che non ha fatto altro che restituire alle cittadine e ai cittadini sofferenti di disturbo mentale dignità e diritti inviolabili, garantiti dalla Costituzione di questo paese.

Conosco la signora Zafran e sua figlia Eva da più di 20 anni, un tempo davvero lungo, fatto di frequentazioni quasi quotidiane ancorché difficili, conflittuali, come sempre avviene in un rapporto di cura dove si desidera non meramente lenire o gestire il male, ma si scommette sull’impossibile di una rimonta, e non di rado della guarigione. Perché non è vero – come sostiene il presidente dell’Associazione delle Vittime della 180 Lucio Dal Buono, intervistato nell’articolo - che «dalla malattia mentale non si guarisce». Se di vittime proprio si vuole parlare, sono questi gli atteggiamenti che più vittime hanno fatto e continuano a fare.

E da questi atteggiamenti ancora una volta io mi trovo costretto a difendere le persone che noi curiamo. Invito perciò coloro che tutto questo hanno provocato - la giornalista Lodi, il signor Dal Buono, lo psicologo De Marchi, il parroco Giurissi e altri che lo volessero, di venirci a trovare per accertarsi di persona come stanno i fatti.

Peppe Dell’Acqua

 

Vittime della Legge Basaglia. Psichiatri da legare

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